Guglielmo da Baskerville | Eco e il fascino de ‘Il nome della rosa’

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Guglielmo da Baskerville

Guglielmo da Baskerville il protagonista dell’avvincente romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco continua ad affascinare a 36 anni dalla sua pubblicazione che oggi come allora, incanta anche le nuove generazioni.

Il nome della rosa

Questo romanzo di Umberto Eco, forse il più popolare, è stato pubblicato nel 1980. Guglielmo da Baskerville e “Il nome della rosa”, con la sua trama sempre attuale, a distanza di tanti anni, continuano a incantare i lettori.
L’azione si svolge nel 1327 entro le mura di un’abbazia benedettina posta in montagna e situata in una località imprecisata tra il Sud dell’Europa e il Nord dell’Italia.

La storia si dipana in sette giorni, ritmati secondo i vari uffici liturgici della giornata (ma lo stesso Eco ha ammesso che con la ripartizione dei capitoli secondo le ore del giorno ha preso spunto dall’Ulisse di James Joyce). Anno di grazia 1327, la cristianità è in profonda crisi. Le eresie sorgono ovunque e sono combattute severamente. Il papato è impegnato su più fronti: contro l’imperatore Ludovico il Bavaro e contro i nemici interni opponendosi a tutti coloro che desiderano riformare la Chiesa.

Il monaco francescano..

Guglielmo da Baskerville, monaco francescano, ex-inquisitore e consigliere dell’Imperatore si reca insieme al suo discepolo, Adso da Melk, un giovane benedettino che è anche il narratore del romanzo, in un’abbazia benedettina del Sud della Francia per prendere parte ad un’importante riunione che vede contrapposti i francescani, fautori della povertà del Cristo, e i partigiani del Papa. Questo incontro è stato organizzato allo scopo di permettere alle due fazioni di trovare un compromesso. L’abbazia vive ore tormentate. Subito dopo il suo arrivo, l’Abate Abbone chiede a Guglielmo da Baskerville di indagare sulle cause della morte violenta di uno dei suoi frati. Infatti durante la notte Adelmo da Otranto, un giovane monaco, è caduto dall’Edificio, un’imponente costruzione nella quale si trovano sia il refettorio che l’immensa biblioteca dell’abbazia.



Alla riunione dei monaci..

Per le necessità della propria indagine Guglielmo da Baskerville si reca alla riunione dei monaci dell’abbazia e ivi fa la conoscenza di:

  • Salvatore, un monaco deforme che parla una lingua ignota, commistione di molte altre;
  • Ubertino da Casale, un uomo severo e intransigente;
  • Venanzio, un ellenista erudito;
  • Jorge da Burgos, un vegliardo cieco divorato da un ego smisurato e che disprezza il riso umano;
  • Severino, erborista;
  • compare Berengario, l’aiuto bibliotecario, che sembra avere avuto una relazione intima con la vittima.
I segreti dell’abbazia

Questi incontri consentono a Guglielmo da Baskerville di scoprire alcuni inquietanti segreti dell’abbazia. Grazie al suo acume egli acquisisce rapidamente la convinzione che Adelmo da Otranto non sia stato assassinato, bensì che si tratti di suicidio.
Il secondo giorno, Venanzio l’ellenista viene trovato morto in un barile di sangue di maiale. Guglielmo si persuade quindi che queste due morti siano legate alla biblioteca dell’abbazia. Questa biblioteca, tra le più grandi e fornite della cristianità, è costruita come un luogo inaccessibile a forma di labirinto, allo scopo di renderla impenetrabile agli intrusi.

Guglielmo da Baskerville e Adso manifestano il desiderio di visitarla ma il permesso viene loro rifiutato. È un luogo proibito, conosciuto dal solo Malachia, il bibliotecario e da Berengario, il suo aiuto. La biblioteca rappresenta il cuore misterioso dell’abbazia, scrigno blindato di libri preziosi e proibiti.
I monaci e gli ospiti hanno accesso unicamente allo scriptorium, luogo di studio e di ricerca nel quale essi possono dedicarsi alla lettura ed alla scrittura.

Le scoperte

Guglielmo da Baskerville e Adso scoprono che alcuni libri “vietati” della biblioteca portano, nell’inventario, la menzione “finis africae”. Solo Malachia, il bibliotecario e Berengario, il suo aiuto, sembrano conoscere il segreto di questa dicitura che corrisponde a una sezione della biblioteca.
Guglielmo prosegue la sua indagine e inizia a sospettare di Berengario, l’aiuto bibliotecario. Questi è l’ultimo infatti ad avere visto Adelmo in vita e temeva che Venanzio rivelasse la relazione scandalosa che intratteneva con il giovane monaco.

Guglielmo e Adso decidono, nonostante i divieti, di recarsi di soppiatto nella biblioteca cercando il libro che Venanzio studiava nello scriptorium, ma quest’ultimo è scomparso. Resta soltanto una vecchia pergamena scritta in greco recante le annotazioni a mano di Venanzio. Mentre studiano questa pergamena, si accorgono che non sono soli in biblioteca. Qualcuno riesce a sottrarre gli occhiali a Guglielmo che così è impossibilitato nella prosecuzione della lettura.
Guglielmo ed Adso nell’inseguire la misteriosa spia imboccano il labirinto, e solo con grande sforzo trovano l’uscita dalla biblioteca.

Il terzo giorno

Il terzo giorno Guglielmo ed Adso riescono a decifrare le annotazioni di Venanzio ma il testo resta enigmatico. Guglielmo desidera interrogare Berengario, ma questi è scomparso. Guglielmo mette pertanto a profitto quest’inconveniente per cercare di risolvere l’enigma del labirinto, ci riesce e decide di tornarvi nottetempo il giorno seguente.
La sera Adso scopre nelle cucine una fanciulla.  Questa seducente creatura non cerca che cibo e in cambio di esso offre le sue grazie al giovane Adso in adorazione estatica.
Durante la notte, si trova nelle latrine il cadavere di Berengario. Guglielmo è incuriosito dalle macchie marroni che il cadavere reca sulle dita e sulla punta della lingua e sospetta l’avvelenamento.

Guglielmo scopre che era Berengario la misteriosa ombra della biblioteca, la notte prima poiché ritrova i suoi occhiali sul corpo di Berengario.
Queste morti brutali creano un profondo tormento nell’abbazia cosicché il giorno dopo arrivano prima il gruppo dei francescani, alla cui guida è Michele da Cesena, e  successivamente gli emissari del papa a capo dei quali si trova l’inquisitore Bernardo Gui, uomo dalla reputazione terribile data la sua crudeltà.
Guglielmo e Adso proseguono intanto la loro indagine: si introducono nuovamente nel labirinto e ne intuiscono il disegno. Non riescono tuttavia a penetrare il mistero del luogo contrassegnato dal cartiglio “finis africae”, infatti, non riescono a decifrare il codice che permetterebbe loro di superarne la soglia.

Il quarto e il quinto giorno

Quando escono dalla biblioteca, incrociano l’inquisitore Bernardo Gui che ha già iniziato ad imporre la sua legge. Ha sorpreso la fanciulla, che aveva amato Adso, con Salvatore. Questo quarto giorno è anche l’occasione del primo scambio di ostilità tra Guglielmo e Bernardo Gui.
Il quinto giorno, le discussioni politiche e religiose riprendono ma vengono rapidamente interrotte dalla scoperta di un altro cadavere. Severino l’erborista è ritrovato con la testa schiacciata. Bernardo Gui procede all’arresto del cellario Remigio, che sospetta essere l’autore di questi assassinii. Organizza così un processo durante il quale sono processati Remigio e i due prigionieri della vigilia: Salvatore e la fanciulla.

Le confessioni

Sotto tortura, Salvatore confessa e riconosce tutti i crimini di cui Bernardo Gui lo accusa. Inoltre Remigio, per evitare la tortura, riconosce anch’egli di essere un eretico e un criminale. La ragazza è invece accusata di stregoneria. Con questo processo Bernardo Gui e i suoi uomini sembrano essere riusciti a penetrare il mistero degli omicidi, addebitandoli a Remigio ma il giorno dopo un nuovo omicidio è scoperto. Questa volta è Malachia, il bibliotecario, la vittima. Anch’gli ha la punta delle dita coperte di macchie marroni.

Guglielmo decide di proseguire la sua indagine, è persuaso che esista un legame tra il libro scomparso e questi omicidi. L’Abate ordina a Guglielmo di arrestare immediatamente la sua indagine ma quest’ultimo disattende l’ordine. Durante la notte, torna con Adso nella biblioteca e, avendo trovato il codice segreto, riescono a entrare finalmente nella sezione misteriosa “finis africae”. Ivi scoprono che li attende il vegliardo Jorge il quale li lascia leggere il libro tanto ambito e che è stato la causa di tante morti. Si tratta di una copia unica di un testo di Aristotele sull’umorismo ed il riso, il II libro della Poetica. Jorge tenta allora di fuggire, la biblioteca prende fuoco, e distrugge così quest’unico esemplare dell’opera che Jorge giudicava blasfemo e che non era riuscito tuttavia a distruggere.

Curiosità

Dopo aver scritto moltissimi saggi, Eco decide di scrivere il suo primo romanzo, dopo alcuni anni di meticolosa preparazione, cimentandosi in un genere abbastanza insolito, il giallo.
Una curiosità legata al titolo del romanzo, è (parzialmente) svelata alla fine del libro, dove l’ormai vecchio narratore Adso da Melk conclude il suo racconto con un’espressione latina :”Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (la rosa primigenia esiste in quanto nome, possediamo i semplici nomi). Si tratta di un messaggio che porta a riflettere affinché l’uomo non presuma di essere depositario di verità assolute, in quanto queste saranno sempre contestabili, se non addirittura risibili.

Biografia di Umberto Eco

Umberto Eco nasce ad Alessandria nel 1932. Dopo la maturità classica nel paese natale, nel 1954 si laurea in filosofia con una tesi su San Tommaso d’Aquino, dal titolo “Il problema estetico di San Tommaso”, ed inizia a occuparsi di filosofia e cultura medievale.
Entra in RAI attraverso un concorso nel 1954, venendo assunto insieme ad altri giovani intellettuali per trovare nuove idee per programmi televisivi, e lascerà poi l’impiego (fondamentale per osservare da vicino alcuni meccanismi della nascente comunicazione di massa) alla fine degli anni ‘50. Nello stesso periodo, collabora con diverse riviste letterarie, tra cui “Il Verri”, attorno alla quale si raduna il nucleo originario del “Gruppo 63”, cui poi Eco parteciperà attivamente.

Nel 1959…

Eco diventa condirettore editoriale di Bompiani, casa editrice milanese, fondata alla fine degli anni ‘20 e con cui Eco inaugura un lungo sodalizio culturale ed intellettuale. Nel 1962 pubblica il saggio “Opera aperta”, in cui riflette sulla natura delle opere d’arte contemporanee (sintomaticamente “aperte” e non concluse) e sui criteri della loro interpretazione e fruizione. Questo saggio ha notevole successo sia in Italia, sia all’estero e pone le basi alla formazione del “Gruppo 63”, movimento teorico e letterario avanguardista, che si richiama a idee del marxismo e dello strutturalismo francese.

Mentre prende avvio la carriera universitaria (tra Italia, Francia e Stati Uniti), proseguono gli studi di cultura medievale, a cui si aggiungono però nuovi interessi, tra cui la semiotica e la sociologia, due discipline centrali a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Presenta le sue ricerche in due importanti saggi: il Diario minimo (1963), una raccolta di saggi brevi e dall’accento ironico sulla cultura di massa e, nel 1964, “Apocalittici e integrati”, in cui Eco entra nel dibattito sulla cultura di massa tra coloro che accolgono acriticamente la nuova cultura dei grandi media e quegli intellettuali che invece se ne distaccano sdegnati, percependola come una minaccia ai valori veri.

Nel 1975..

L’attenzione per i meccanismi di costruzione dei significati, tra letteratura e mondo, è del resto costante: professore di Semiotica presso l’Università di Bologna dal 1971, nel 1968 Eco pubblica  “La struttura assente”, mentre nel 1975 è la volta del “Trattato di semiotica generale”, e nel 1990 de “I limiti dell’interpretazione”.

L’orizzonte di riflessione interseca sempre aspetto teorico e analisi concrete: dallo studio dei “miti” della modernità televisiva (siano questi Mike Bongiorno o James Bond) Eco passa allo studio della funzione del lettore nei testi d’invenzione (il saggio Lector in fabula è del 1979) o dei fondamenti della narratività e della traducibilità dei testi (Sei passeggiate nei boschi narrativi, 1994; Dire quasi la stessa cosa, 2003), senza dimenticare l’attenzione per forme d’arte quali il cinema o il fumetto.
Si occupa anche di attualità scrivendo su diverse testate, tra cui “La Repubblica” e “L’Espresso” e, nel corso degli anni, ha tradotto testi teorici e narrativi (tra cui, nel 1983, gli Esercizi di stile di Raymond Queneau).

Nel 1988..

La carriera di narratore, che ha assicurato ad Eco la fama presso il pubblico più largo ,inizia nel 1980, quando esordisce con “Il nome della rosa”; nel 1988 pubblica il suo secondo romanzo, Il pendolo di Foucault, mentre successivi sono L’isola del giorno prima (1994), Baudolino pubblicato nel 2000, La misteriosa fiamma della regina Loana del 2004 e Il cimitero di Praga del 2010.

Il nome della rosa è tuttavia considerato il suo best-seller e il suo libro più importante: Eco coniuga infatti lo sviluppo della trama “gialla” con le sue competenze di medievalista e semiologo, così che l’opera (“aperta”, come da egli stesso teorizzato) possa essere letta a più livelli e secondo intenzioni distinte. Il romanzo ha grande successo: viene tradotto in ben quarantasette lingue e nel 1986 ne viene tratto un film con Sean Connery nei panni del protagonista Guglielmo da Baskerville.

Umberto Eco è morto a Milano il 19 febbraio 2016 lasciando un vuoto incolmabile nel mondo della cultura italiana e mondiale.

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Rosita

Rosita

Food Blogger, articolista di food, wellness e salute

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