Etichetta di origine del latte obbligatoria | Sì al Made in Italy

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Etichetta di origine del latte obbligatoria

La svolta “Made in Italy” è forse arrivata ieri con l’etichetta di origine del latte obbligatoria e intanto il presidente della Lactalis Italia Jean Marc Bernier e il presidente della Parmalat Giuseppina Corsi, denunciano per diffamazione e violenza privata Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti (e vicepresidente del Copa) che ha dichiarato a tal proposito “una evidente ‘rappresaglia’ alla battaglia del latte promossa a tutela degli allevatori italiani ma non ci faremo intimidire di fronte a un’azione che non ha precedenti a livello internazionale“.

L’annuncio sull’etichetta di origine del latte obbligatoria

Indicare in etichetta la provenienza del latte e dei derivati come formaggi o yogurt sarà obbligatorio. Lo hanno annunciato ieri Matteo Renzi e il Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina durante la Giornata nazionale del latte italiano, l’appuntamento nazionale in occasione del Milk World Day celebrato dalla Fao in tutto il mondo. “Il Governo ha firmato e inviato a Bruxelles il decreto che impone l’etichetta di origine del latte obbligatoria (e anche degli altri prodotti trasformati)” ha detto con soddisfazione il Premier.

Si sono riuniti in migliaia gli allevatori che con trattori sono scesi in piazza per la Giornata nazionale del latte italiano. Tanti i cartelli e gli striscioni di richieste e di protesta degli allevatori: “Avete preso i nostri marchi, non vi daremo le nostre mucche“, “Chi acquista ha il diritto di sapere se quello che compra è veramente fatto in Italia“, “Più trasparenza con l’etichetta di origine del latte obbligatoria“, erano solo alcuni di quelli che si leggevano ieri. C’era una caldaia per la preparazione del formaggio e anche una selezione dei migliori formaggi italiani ritenuti a rischio di estinzione e l’esposizione in un “bancone delle schifezze” delle imitazioni dei formaggi “Made in Italy” scoperte in vari continenti.

Il commento del presidente di Coldiretti, Moncalvo: “Un risultato storico per allevatori e consumatori che nella metà dei casi sono disposti a pagare il vero Made in Italy alimentare fino al 20% in più ma c’è addirittura un 12% che è pronto a spendere ancora di più pur di avere la garanzia dell’origine nazionale. Con l’etichetta di origine del latte obbligatoria si dice finalmente basta all’inganno del falso Made in Italy che riguarda tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono stranieri mentre la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio riportarlo in etichetta. Finalmente con l’etichetta di origine del latte obbligatoria si cambia verso anche nella trasparenza dell’informazione ai consumatori in una situazione in cui la metà della spesa era anonima“.

Indicazione sull’etichetta di origine del latte obbligatoria: una battaglia storica di Coldiretti

Coldiretti ricorda che quella per arrivare al risultato dell’etichetta di origine del latte obbligatoria è una battaglia storica dell’associazione che con la raccolta di un milione di firme alla legge di iniziativa popolare ha portato all’approvazione della legge n.204 del 3 agosto 2004. Da allora molti risultati sono stati ottenuti anche in Europa ma l’etichetta resta anonima per circa 1/3 della spesa dai salumi ai succhi di frutta, dalla pasta al latte a lunga conservazione, dal concentrato di pomodoro ai sughi pronti fino alla carne di coniglio.  Due prosciutti su tre venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all’estero, ma anche un pacco di pasta su tre è fatto con grano straniero senza indicazione in etichetta, come pure i succhi di frutta o il concentrato di pomodoro dalla Cina i cui arrivi sono aumentati del 379% nel 2015 per un totale di 67 milioni di chili, secondo la Coldiretti.
Prima di giungere all’etichetta di origine del latte obbligatoria, sotto il pressing della Coldiretti, l’Italia ha fatto scattare il 7 giugno 2005 l’obbligo di indicare la zona di mungitura o la stalla di provenienza per il latte fresco e il 17 ottobre 2005 l’obbligo di etichetta per il pollo Made in Italy mentre, a partire dal 1° gennaio 2008, l’obbligo di etichettatura di origine per la passata di pomodoro. A livello comunitario il percorso di trasparenza è iniziato dalla carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza nel 2002, mentre dal 2003 è d’obbligo indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca. Dal primo gennaio 2004 c’è il codice di identificazione per le uova e, a partire dal primo agosto 2004, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto.

La guerra del latte con le multinazionali

La guerra del latte non è cominciata ieri ma Coldiretti ricorda che “a scatenare la guerra del latte è stata la decisione unilaterale della Lactalis di disdire i contratti, giungendo a rifiutare il latte munto nelle stalle dagli allevatori. Un abuso della propria posizione contrattuale considerando che gli allevatori, in ragione della deperibilità del prodotto, si trovano nell’impossibilità di collocarlo altrove. Una condizione che, di fatto induce i produttori ad accettare anche compensi inferiori ai costi di produzione. La strategia commerciale della Lactalis ha portato in piazza decine di migliaia di agricoltori con presidi nelle industrie e nei supermercati e il sostegno attivo di cittadini e istituzioni esponenti della Chiesa. Istituzioni civili e religiose si sono schierate a difesa del latte, delle stalle e delle campagne italiane, condividendo il boicottaggio dei prodotti della Parmalat (del Gruppo Lactalis) dai supermercati alle parrocchie fino ai social media.
L’azione penale è stata archiviata la settimana scorsa dal giudice penale di Lodi il quale, condividendo quanto affermato dallo stesso PM, non ha ravvisato condotte penalmente rilevanti. La Coldiretti non si è mai macchiata di condotte violente né ha mai inteso minacciare o diffamare alcunché. Dall’acquisizione del gruppo Parmalat da parte della multinazionale francese nel 2011 in Italia hanno chiuso 4000 stalle italiane, oltre il 10% del totale. Una situazione che si è aggravata nel 2015 proprio a seguito della decisione di Lactalis di tagliare i compensi agli allevatori“.

La denuncia di Coldiretti: numeri finora preoccupanti per il settore

Come ricorda e sottolinea lo studio di Coldiretti, negli ultimi 10 anni è sceso della metà il numero di stalle presenti in Italia. Nel 2015 il minimo storico di 33 mila allevamenti contro i 60 mila del 2005, per effetto del crollo del prezzo pagato agli allevatori che è sceso al di sotto dei costi di alimentazione del bestiame. A fronte di una produzione nazionale di circa 110 milioni di quintali di latte sono 85 milioni di quintali le importazioni di latte equivalente dall’estero, sotto forma di concentrati, cagliate, semilavorati e polveri per essere imbustati o trasformati industrialmente e diventare magicamente mozzarelle, formaggi o latte italiani, all’insaputa dei consumatori perché non è obbligatorio indicare la provenienza in etichetta. Si tratta di circa il 40% di quanto si consuma in Italia e c’è dunque il rischio concreto che il latte straniero possa a breve per la prima volta superare quello tricolore.

La pressione delle importazioni di bassa qualità spacciate come “Made in Italy” hanno fatto crollare il prezzo alla stalla fino anche a 0,30 euro al litro che non consentono neanche di garantire l’alimentazione degli animali e che spingono le aziende alla chiusura. Il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo “In pericolo c’è un patrimonio culturale, ambientale ed economico del Paese. In un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti“. A rischio ci sono i 120 mila posti di lavoro nell’attività di allevamento da latte che generano lungo la filiera un fatturato di 28 miliardi che è la voce più importante dell’agroalimentare italiano dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista dell’immagine del “Made in Italy”. In pericolo c’è anche il primato nazionale in Europa dei 49 formaggi italiani a Denominazione di origine Protetta (Dop) davanti alla Francia ferma a 45. La sfida tra Italia e Francia nella produzione di formaggi ha radici lontane e se Charles De Gaulle si chiedeva come governare la Francia che ha più formaggi che giorni nel calendario, la situazione non gli sarebbe parsa certamente più facile in Italia che di formaggi tradizionali censiti dalle Regioni ne ha ben 488 che si aggiungono a quelli denominazione di origine protetta (Dop) ai quali è destinato circa la metà del latte consegnato dagli allevamenti italiani (45,5 per cento per circa 50 milioni di quintali).
A pesare è anche l’agro pirateria internazionale con i formaggi italiani che sono in testa alla classifica dei prodotti più taroccati che sviluppano complessivamente un fatturato di 60 miliardi. Si va dal Provolone al Gorgonzola, dal Pecorino Romano all’Asiago, dalla Mozzarella alla Fontina anche se i più copiati sono il Parmigiano e il Grana con le imitazioni che hanno superato i 300 milioni di chili realizzati per poco meno della metà negli Stati Uniti, dal falso parmigiano vegano a quello prodotto dalla Comunità Amish, dal Parmesan vincitore addirittura del titolo di miglior formaggio negli Usa al kit che promette di ottenerlo in casa in appena  2 mesi, ma anche quello in cirillico che si è iniziato a produrre in Russia dopo l’embargo, il parmesao brasiliano, il reggianito argentino e il parmesan perfect italiano, ma prodotto in Australia. In questo contesto particolarmente positiva è stata l’esperienza dell’Expo con molteplici iniziative divulgative per far conoscere agli stranieri le caratteristiche peculiari dei prodotti alimentari originali alle quali si è aggiunto il piano per l’export annunciato dal Governo italiano che prevede, per la prima volta, azioni di contrasto all’Italian sounding a livello internazionale.

L’obiettivo è ora di contrastare la presunzione statunitense di continuare a sfruttare impropriamente i nomi dei più prestigiosi prodotti alimentari italiani, dal Chianti al Marsala ma anche Provolone o Parmesan nell’ambito del negoziato sul Transatlantic Trade and Investment Partnership, (TTIP), l’accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziato tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. In questo contesto si pone un evidente problema di tutela delle denominazioni dei prodotti “Made in Italy” sul mercato statunitense dove il cosiddetto fenomeno dell’Italian sounding vale 20 miliardi di euro, secondo la Coldiretti. Il 99% dei formaggi di tipo italiano sono in realtà realizzati in Wisconsin, California e New York, dal Parmesan al Romano senza latte di pecora, dall’Asiago al Gorgonzola fino al Fontiago, un improbabile mix tra Asiago e Fontina.

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Mauro Guitto

Mauro Guitto

GIORNALISTA iscritto all'Ordine dei Giornalisti Regione Puglia. Tra i vari temi, scrivo di sociale, spettacolo, sicurezza alimentare e sport.

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