PAOLA CLEMENTE morta di CAPORALATO | Affinché nessuno dimentichi

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PAOLA CLEMENTE morta di CAPORALATO

Aveva solo 49 anni la bracciante agricola Paola Clemente morta di caporalato ad Andria in quel maledetto 13 luglio 2015 per pochi euro all’ora. Quella morte ha messo ancora di più in risalto il fenomeno del caporalato in agricoltura e dello sfruttamento dei lavoratori in generale, in una Italia dove trovare lavoro è diventato più che mai utopico.

Il 17 luglio 2016 la Santa Messa per non dimenticare

La Parrocchia Santa Maria della Neve di Crispiano ha ricordato il 17 luglio alle ore 19 Paola Clemente morta di caporalato. Quello che vedete è il manifesto con il quale la parrocchia ha voluto ricordare la signora Paola. Alla Santa Messa erano presenti il marito Stefano e i figli Emanuela, Giuseppe e Marco.

Il manifesto della Santa Messa presso la Parrocchia Santa Maria della Neve di Crispiano
Il manifesto della Santa Messa presso la Parrocchia Santa Maria della Neve di Crispiano

Paola Clemente morta di caporalato: 27 euro lavorando da 10 a 13 ore al giorno

La 49enne Paola Clemente viveva a San Giorgio Jonico, un comune di circa 16 mila abitanti della provincia di Taranto, a circa 160 km dal luogo dal quale non è più tornata. Era sposata (avrebbe festeggiato quest’anno 29 anni di matrimonio con suo marito Stefano) e aveva 3 figli.

Usciva di casa ogni notte alle 2 perché alle 3 prendeva l’autobus con il quale, insieme agli altri braccianti, viaggiava per quasi 2 ore e mezza per raggiungere i campi di Andria dove lavorava all’acinellatura dell’uva* fin dalle primissime ore del mattino.



Per pochi euro Paola Clemente morta di caporalato

27 euro al giorno lavorando da 10 a 13 ore quotidianamente.. circa 2 euro all’ora, poco, pochissimo in rapporto anche alla fatica di quel lavoro. Ma per la donna quei soldi erano indispensabili per aiutare la famiglia a tirare avanti. Ed è proprio questa l’arma che spesso viene data o si ritrovano in mano gli sfruttatori.. un’arma che diventa strumento di minaccia per chi ha bisogno di soldi per vivere.

E così quel giorno la povera signora Paola, ormai stremata da un ritmo impossibile da sostenere per chiunque, (figurarsi per una donna di 49 anni), si sentì male e morì.

Paola Clemente morta di caporalato: la reazione del marito e l’indagine

Il marito della povera signora Paola, Stefano Arcuri (con il quale erano sposati dal 1987), si convinse di chiedere di fare luce sulla vicenda depositando il 14 agosto un esposto/denuncia ai Carabinieri di San Giorgio Jonico.

Intanto Giuseppe De Leonardis, un sindacalista della Flai Cgil, definendo il caso “un terribile caso di caporalato” (uno dei tantissimi… e spesso taciuti per paura, aggiungiamo noi, purtroppo), contribuì a farlo arrivare anche in Parlamento.

La Procura di Trani aprì un’indagine, grazie alla quale il PM dispose l’autopsia del corpo della donna. S’indagava sulle ipotesi di reato di omicidio colposo e omissione di soccorso contro ignoti.

Il 25 agosto 2015 fu riesumato il corpo della signora Paola nel cimitero di Crispiano (Ta) e l’autopsia eseguita dal medico legale dell’Università di Bari Alessandro Dell’Erba, accertò che si trattò di infarto (sindrome coronarica acuta).

Mai un controllo medico preventivo da parte dell’agenzia interinale

Il marito ha sempre dichiarato che sua moglie Paola Clemente morta di caporalato, a parte la cervicale di cui soffriva da sempre in modo cronico, non aveva altri dolori perché lei glielo avrebbe detto.

Tuttavia gli esami eseguiti dal medico legale con il tossicologo, stabilirono che la donna, prima del suo decesso, si stava curando dall’ipertensione di cui soffriva insieme alla cardiopatia.

Stava infatti assumendo dei farmaci antidolorifici e le sue colleghe di lavoro l’avevano vista lamentarsi per i dolori che aveva avvertito già durante il viaggio in pullman da San Giorgio Jonico, dopo anche aver assunto un farmaco nella stessa mattinata.

La signora Paola era stata assunta da un’agenzia interinale e non sono mai state ritrovate documentazioni che attestassero che fosse stata sottoposta ad almeno una visita medica preventiva che forse avrebbe permesso di sconsigliare eventualmente di proseguire l’attività lavorativa e che avrebbe potuto quindi salvarle la vita.

Paola Clemente morta di caporalato: 7 furono le persone indagate

Nell’inchiesta della Procura di Trani, 7 furono le persone indagate a vario titolo. Tra questi, per la prima volta in casi del genere, c’erano anche i rappresentanti legali dell’agenzia interinale, la Infogroup, ai quali furono contestati i reati di intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro ed estorsione.

Le carte e i documenti acquisiti nelle abitazioni delle lavoratrici in provincia di Taranto mostrarono le incongruenze tra quanto era indicato nelle buste paga dell’agenzia interinale che forniva manodopera e le giornate di lavoro effettivamente svolte dalle braccianti. Venne riscontrata una differenza del 30% tra la cifra dichiarata in busta paga e quella realmente percepita da alcune lavoratrici.

Le colleghe della signora Paola, ascoltate nel corso delle indagini, dopo aver vinto le ritrosie legate al timore di perdere il posto di lavoro, confermarono le varie situazioni di sfruttamento cui esse erano sottoposte. Anche il ritrovamento del calendario di Paola Clemente aggravò la situazione degli indagati perché dimostro le incongruenze sulle ore e le somme dichiarate e quelle effettivamente lavorate e percepite.

Se era vero infatti che ognuna di esse fosse in possesso di “regolare contratto di lavoro”, fu constatato purtroppo che nella stragrande maggioranza dei casi, le somme realmente percepite arrivavano a essere fino al 50% in meno rispetto a quello che era dichiarato in busta paga.

Il caporalato resta un virus ancora da debellare

Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, nel giorno della festa dei lavoratori (1° maggio 2016) recatasi a Mesagne (Br) nella masseria confiscata alla mafia, disse che “Sono aumentate le morti sul lavoro. Abbiamo introdotto il reato di caporalato e alla Camera abbiamo anche approvato la legge per la confisca dei beni dei caporali. Ma le leggi da sole non bastano: servono più ispezioni e bisogna sostenere chi ha il coraggio di denunciare i caporali nonostante il timore di restare senza un lavoro. Dobbiamo evitare che accadano altri casi di morti di fatica, com’è accaduto a Paola Clemente, dopo 10/14 ore di lavoro“.

La protesta dei braccianti e degli operai agricoli a Bari

Il 25 giugno 2016 si è tenuto un corteo a Bari da parte di circa 15 mila persone, tra braccianti e operai agricoli per dire basta a quello che è considerato “un crimine vergognoso, una macchia profonda“, come ha detto Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl.

La manifestazione nazionale è stata indetta da Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil per dire no allo sfruttamento del lavoro in agricoltura e per chiedere un lavoro regolare, tutelato ed equamente compensato. C’era anche Stefano Arcuri, marito della signora Paola, che ha sottolineato l’importanza di avere un contratto e di avere il coraggio di opporsi ai “caporali”.

In sostanza nella manifestazione si è rimarcato il fatto che i voucher (promossi da Renzi come una concreta opportunità lavorativa in più), hanno segnato un 154% in più delle assunzioni precarie rispetto allo scorso anno e che solo in agricoltura ci sono 400 mila lavoratori in nero.

Il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, ha sottolineato che con l’inizio della stagione di raccolta, sono stati rafforzati i controlli a partire da 15 territori prioritari con l’attivazione di task force composte dagli ispettori del lavoro e supportate dai Carabinieri e dal Corpo forestale dello Stato.

Intanto arriva da Nardò, nel leccese una drastica misura

I sindaco di Nardò, Pippi Mellone, per combattere con forza il fenomeno del caporalato ha disposto con un comunicato del 14 luglio 2016 che fino al 31 agosto 2016 non si potrà lavorare nelle campagne del territorio da lui amministrato nelle ore più calde (quindi più rischiose per la salute) della giornata, dalle ore 12 alle ore 16.

Il sindaco, in occasione del divieto, ha ricordato proprio le morti assurde di Paola Clemente e del bracciante sudanese Mohamed, morto tra Porto Cesareo e Nardò, che dormiva tra i rifiuti.

L’iniziativa – si legge nel comunicato – è stata presa per prevenire possibili conseguenze igienico-sanitarie, spesso altamente nocive per la salute del personale addetto. L’amministrazione comunale è decisa nel lavorare per assicurare il rispetto della dignità umana per tutti coloro che sono ospiti sul proprio territorio.

Cancelleremo dalla memoria l’idea di Nardò città della schiavitù per ricostruire l’immagine di Nardò città dell’accoglienza. Io – ha chiarito il sindaco – non voglio assolutamente essere un sindaco che espone la fascia tricolore ai funerali. E’ mio dovere e dovere di tutti gli amministratori mettere in atto provvedimenti utili a difendere la salute dei lavoratori, soprattutto dei più deboli. L’iniziativa punta a limitare al massimo i rischi per la salute dei lavoro nei campi dovuti al troppo caldo.

Previste anche delle sanzioni, da 25 a 500 euro, per i trasgressori.

*In cosa consiste l’acinellatura dell’uva?

Si tolgono gli acini più piccoli per dare al grappolo un bell’aspetto. Un compito faticoso perché per ore e sotto il sole stare i braccianti devono stare con le braccia tese e con la testa alzata salendo su una cassetta per togliere l’acinino.

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Mauro Guitto

Mauro Guitto

Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti Regione Puglia

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